Pietro Fortunati e l’orologio in regalo. Il ricordo di Luigi Furini

PIETRO FORTUNATI E L’OROLOGIO IN REGALO

Sapeva guardare lontano. Aveva capito tante cose prima degli altri. Aveva in mente l’azionariato popolare per le società di calcio, aveva in mente di portare sui campi anche i più piccoli (ora li chiamano “pulcini”). Sapeva che senza soldi non si cantano messe e allora aveva cercato di allargare gli orizzonti.

Ricorre oggi l’anniversario della morte di Pietro Fortunati (è mancato il 10 novembre 1987), il dirigente del Pavia calcio che più ha inciso nella storia della socie.

Nasce a Magherno, perde il padre durante la prima guerra mondiale (non lo ha mai conosciuto) arriva a Pavia e trova un lavoro come bibliotecario all’Università. Poi, alle 18, finito l’orario d’ufficio, va allo stadio a sbrigare le altre pratiche. E di cose da fare ce nesono. Intanto la rosa dei giocatori, da tenere sempre all’altezza. Ma con pochi denari. Fortunati è amico di Rinaldo Masseroni, proprietario dell’Ursus gomma di Vigevano, ma soprattutto presidente dell’Inter (è lui, nel 1955, a cedere la società nerazzurra ad Angelo Moratti). E Masseroni fa venire a Pavia le giovani promesse, quelli che “hanno bisogno di giocare”.

Però queste risorse non bastano e Fortunati pensa sia giunta l’ora di allargare gli orizzonti. Lo stadio è sempre ricolmo di tifosi, perché non chiedere un contributo? E così organizza incontri al cinema Corsino, ci sono debiti per qualche milione di lire (ma siamo nel primo dopoguerra e lo stipendio di un operaio non arriva a 100 mila lire al mese).

E’ lui che, in onore del Grande Torino, per qualche anno fa cambiare il colore alle maglie del Pavia. Non più bianche e azzurre, ma granata, in ricordo di quella squadra morta nello schianto di Superga.

Si avanti a fatica e Fortunati ha un colpo di genio: individua in Giuliano Ravizza, l’inventore e il fondatore della Pellicceria Annabella, l’uomo che gli può dare una mano. Ravizza accetta. Nasce un bel sodalizio, si va avanti per qualche anno. Il Pavia assaggia per due stagioni la serie B. Sono grandi soddisfazioni.

Il prefetto lo nomina “cavaliere” per meriti sportivi e lui non molla. Finisce all’Università e attacca a lavorare allo stadio. Poi, retrocesso il Pavia in serie C, lancia l’allarme: “I pochi che mi hanno offerto collaborazione hanno dato solo un piccolo

contributo. Nessuno ci ha dato grosse disponibilità finanziarie. Da oggi dovremo inseguire traguardi più modesti”.

Ce l’aveva con i pavesi, sempre con il “braccio corto”?

Mah.

Sono passati tanti anni. Oggi lo stadio porta il suo nome, ma è messo male. Di buono c’è soltanto la facciata.

Fortunati, a chi si comportava bene, a chi si distingueva nello sport, era solito regalare un bell’orologio.

Ecco, mettiamo in palio un orologio per chi è disposto a sistemare (un po’) lo stadio e risollevare (un po’) le sorti del Pavia. Astenersi perditempo e barlafus.

Gigi Furini

L’Ac Pavia 1911 ringrazia Luigi Furini per queste righe, per il ricordo di un uomo che ha fatto la storia del calcio azzurro e che oggi ha dedicato a lui l’impianto dove si continua a giocare a calcio e sognare in grande…