PAVIA-VOGHERESE, UN DERBY CHE NASCE DALLA STORIA di Luigi Furini

Pavia contro Vogherese non è un derby solo di calcio e l’amico e tifoso azzurro Luigi Furini ci ha voluto raccontare la storia di questa partita…

Non si sono mai amate. Pavia e Voghera si incontrano domenica al Comunale di Pavia, prima giornata del campionato di Eccellenza. Non sarà un derby stellare, ma è un derby. E saltano fuori tutti i rancori, le vecchie storie di gol non dati, di rigori dubbi. Chi ha buona memoria va indietro di decenni. Chi ha studiato un po’ di storia ritorna all’unità d’Italia.

Già, fino ad allora, Pavia e Voghera erano in due Stati diversi. Pavia nel Regno Lombardo-Veneto, quindi sotto gli austriaci. Voghera nel Regno di Sardegna, sotto i Savoia. Che poi, vincendo le guerre d’indipendenza e tutto il resto, è diventato Regno d’Italia. Ma Voghera, sotto i piemontesi era capoluogo di provincia, con attorno tutti i comuni dell’Oltrepò. E si è sentita scippata quando da Torino hanno detto: “Fate la pace, ora siete una provincia unica”.

Ora parliamo di calcio. Il Pavia nasce nel 1911 (con la maglia prima granata e poi bianco-azzurra). La Vogherese (che tutti chiamano Voghe) nasce nel 1914, colori rossoneri da sempre.

Le due squadre si incontrano centinaia di volte, ma è inutile chiedere chi ne ha vinte di più. I numeri ufficiali dicono il Pavia, ma a Voghera ti rispondono che ci sono state gare rubate, sospese per nebbia, alcuni spareggi non conteggiati. Vabbè, fa niente.

Negli annali ci sono dispetti di tutti i tipi. Passaggi a livello abbassati per ore per impedire a una squadra di arrivare in tempo per la gara (e scattava il 2-0 a tavolino). Telefonate per dire “ma non venite, c’è un metro di neve, la partita sarà sicuramente rinviata”. La risposta: “E chi vi crede? La squadra parte lo stesso. Poi sarà l’arbitro a decidere”.

Negli annali si trovano anche tanti scontri fra tifosi, che cominciavano alla stazione (prima della partita) e finivano alla stazione (dopo la gara). E spesso ci andavano di mezzo gli arbitri. Inseguiti anche loro e difesi dai carabinieri.

Già, i carabinieri. Il loro lavoro l’hanno sempre fatto, di prevenzione, ecc.. Ma durante il fascismo era vietato scrivere sui giornali che i tifosi si erano picchiati, o che c’erano stati scontri in campo. Si doveva dire che andava tutto bene, che le partite erano regolari e che il pubblico aveva applaudito i propri atleti. Ecco, non era vero. Scavando nelle storie dell’epoca, si scopre che sui campi di calcio c’era una violenza terribile. C’erano pestaggi, invasioni, inseguimenti.

Tornando al calcio giocato, c’è da dire che un leggero vantaggio ce l’ha sempre avuto la Voghe. E perché? La città, nel Regno di Piemonte era terra di confine e quindi era stata dotata di una grande caserma di cavalleria (gli eserciti, da sempre, servono per difendere la patria dagli eventuali invasori). C’era un intero reggimento, ovvero 600 soldati (altrettanti cavalli) e poi magazzinieri, ufficiali, stallieri, ecc..

E perché dico questo? Perché, per molti anni, le squadre potevano tesserare i giovani calciatori che si trovassero in quella città sotto le armi. E quanti calciatori sono stati a Voghera “per fare il soldato”. La società li tesserava e li mandava in campo. E tanti si sono fermati anche dopo la leva.

Altre due note per spiegare la rivalità. Voghera, tuttora, risponde alla Diocesi di Tortona (dunque è ancora un po’ piemontese). E il peggior insulto che si possa fare al sindaco di Pavia? “Vogherese”, gli hanno scritto gli ultrà quando l’amministrazione comunale è entrata in conflitto con la società per via di alcuni conti da saldare.

Ecco, ditegli tutto al sindaco di Pavia, ma “vogherese” no. Potrebbe querelare.

Luigi Furini